Accarezzare il mistero, come fanno i poeti

Marito, papà, insegnante di lettere, vicepreside del Liceo Porporato di Pinerolo e scrittore. Joram Gabbio, in questa intervista, reagisce ad alcuni spunti del quarto capitolo della lettera pastorale del Vescovo Derio “Brindiamo?

 

Joram Gabbio

 

Il vescovo, nella sua lettera pastorale, per affrontare il tema del mistero chiede aiuto ai poeti. I poeti ci possono davvero aiutare in questa ricerca? 

I poeti possono aiutarci perché hanno cuore caldo e testa fredda: vibrano di emozioni, ma al tempo stesso sanno esprimere con efficacia quanto tutti noi possiamo provare. Il poeta è una meravigliosa cassa di risonanza che dà voce ad ogni uomo: tutti sperimentiamo gioie, dolori, domande, attese; il poeta, però, sa manifestarle. Dicendola con Ungaretti: il poeta sprofonda nell’ “inesauribile segreto” e poi riaffiora dai porti sepolti, e svela qualcosa dell’infinito. Egli è sentinella vigile e profetica che non si ferma alla superficie, ma si inoltra nelle profondità.

 

Hai recentemente pubblicato un libro sulla Divina Commedia. Quanto mistero e quanta rivelazione c’è nell’opera di Dante?

La commistione di mistero e rivelazione è il cuore della Divina Commedia. Dante gioca sul filo del fuorigioco: intuisce il mistero e lo sfiora; la Divina Commedia è giocare sul filo del fuorigioco. Se vogliamo l’opera dantesca è prototipo dell’esperienza umana: noi non abbiamo piena coscienza del mistero, ma ne avvertiamo la presenza. Così, dalla “selva oscura” fino alla visione di Dio tutto è danza tra mistero e rivelazione; un viaggio inesauribile perché il mistero è indicibile ed infinito, pertanto, umanamente, non potrà essere pienamente rivelato. Questa è la sfida della Divina Commedia: accarezzare il mistero, pur nell’umiltà di abitarne le soglie.

 

Fede e letteratura possono illuminarsi a vicenda? In che modo?

La letteratura è l’alfabeto dei sentimenti. Solo un cuore che si ascolta può aprirsi all’infinito, come anche l’esperienza di sant’Agostino insegna. La letteratura ci mostra come ascoltarci. E ci fa ascoltare la testimonianza dei fratelli che ci hanno preceduto nel “cammin di nostra vita”: è un patrimonio prezioso! La fede, dal canto suo, è sbilanciarsi nella fiducia, cioè per lo meno nell’ascolto. Un terreno comune di letteratura e fede, allora, mi sembra proprio l’ascolto, e letteratura e fede possono coltivare insieme questa terra, e renderla feconda. Monsignor Derio nella lettera, e sempre, è formidabile nel raccogliere il patrimonio di umanità che è volano alla fede.

 

Il vescovo, dopo aver citato Withmann e il poeta Franco Arminio, riporta il testo di una canzone di Simone Cristicchi. Chi sono oggi i nuovi poeti? Dove possiamo trovare “tracce di poesia”?

La poesia vive ovunque il cuore si emoziona. Ed è di chi la riceve, più ancora di chi la scrive. Non importa il mittente della poesia, quanto il destinatario: la poesia vive più che sulla penna di chi la scrive, nel cuore di chi la gusta: ecco perché la vertigine della poesia continua a vibrare; poeti sono quanti ospitano un cuore sensibile, e già i poeti stilnovisti lo compresero, nel Duecento.

C’è poesia nelle parole, nell’arte, nella musica, nel cinema. Ma anche nella natura, persino nella tecnica. Meglio: c’è poesia nello sguardo che si posa su ognuna di queste dimensioni, ovvero alberga poesia nello sguardo dell’uomo. Tracce di poesia si avvertono dove la poesia è transitata, come tracce di un animale si trovano alle sue orme. Laddove la tensione verso l’infinito ha solcato con le sue scariche si apre una strada. La buona musica prescinde dallo strumento che si usa. La poesia, da parte sua, travalica il canale comunicativo che si percorre.