Maria ci aiuta a fare esperienza dell’amore di Dio

Classe 1982, il sacerdote brasiliano Alex Sandro Moreira dal settembre 2020 presta il suo servizio pastorale presso la basilica di San Maurizio e l’attiguo santuario Maria Madre della divina Grazie e Regina della Pace. Ha studiato teologia a Gerusalemme e poi si è laureato in psicologia all’università Lumsa di Roma.

 

Don Alex Sandro Moreira

 

Nella lettera pastorale “Brindiamo” il vescovo Derio, commentando l’affresco di Giotto che raffigura le nozze di Cana, fa notare la grandezza delle giare poste in primo piano. Esse indicano la sovrabbondanza dell’azione di Dio. In che modo oggi, nella nostra pastorale, siamo capaci di mostrare la sovrabbondanza dell’amore di Dio?

Come viandanti, abbiamo bisogno di una stella, di una bussola! Diversamente ci si smarrisce, si perde di vista la meta, si ristagna nel percorso e si rischia di guardare solo indietro, di “tirare i remi in barca”, di non aspettare più nulla… La nostra “bussola” è il mistero dell’Eucaristia. È il mistero dell’Incarnazione di un Dio che, essendo Amore, si unisce all’uomo, ad ogni carne umana, perché tutti possano comprendere che ciascuno è amato, che ciascuno vale… e vale anzitutto non per quello che ha fatto e fa, ma per quello che è. Nel mistero di ogni persona, di ogni storia di vita, c’è tutto il mistero dell’amore di Dio. La direzione che indica la bussola è il dono di sé, significato ed attualizzato dall’eucaristia. Sì, perché l’eucaristia porta a compimento l’incarnazione del Figlio di Dio che, essendo amore, è giunto fino a consegnarsi volontariamente alla morte perché tutti, tutti abbiano la vita. Seguendo la direzione di questa bussola, possiamo ritornare a “sognare” con Dio. Forse abbiamo perso la capacità di sognare perché avanti nell’età, perché fragili nella salute, perché stanchi, perché sfiduciati, perché polemici per carattere, perché ancorati al passato, perché chiusi nell’individualismo… Il mistero dell’eucaristia ci riconsegna al sogno, perché si tratta del sogno di Dio. E lui, Dio, ha dato fiducia all’umanità inviando suo Figlio per recuperarci alla vita chiedendoci di coltivare una speranza che supera i nostri limiti. Una speranza che si chiama “Emmanuele, Dio-con-noi”. Allora, come risposta alle crisi delle nostre pastorale desideriamo e accettiamo di partecipare al sogno di Dio e di collaborare a realizzarlo “passando dall’io al noi”, così come più volte papa Francesco ci ha invitati a fare. L’eucaristia è la sovrabbondanza dell’amore di Dio che come sacerdoti in primis dobbiamo trasmettere.

 

Nell’affresco di Giotto spicca l’immagine di Maria. Tu sei il custode del santuario diocesano Maria Madre della Divina Grazie e Regina della Pace. Quanto è importante la figura di Maria e la devozione mariana nella vita cristiana. Quale sono le iniziative e le proposte del santuario in questo senso? 

Maria non percorse il Mediterraneo fondando chiese come Paolo. Non pronunciò sermoni eloquenti come Stefano (At 7). Non governò la Chiesa come Pietro. La ragione della sua fama è che lei semplicemente disse sì a Dio. Lei credeva che Lui poteva fare come aveva detto e avrebbe fatto come aveva detto.  La vera fede non è solo convinzione intellettuale che Dio esista o che Lui possa fare così e così. La fede comporta affidarsi, abbandonarsi a Dio, disporsi a sottomettersi alla sua volontà. Ecco perché Paolo parla di “obbedienza della fede” (Romani 16:26). Maria abbandonò i suoi piani per la sua vita, ed accettò il piano di Dio. E lei fece questo non una volta sola, ma più e più volte, anche quando Lui la abbandonò per iniziare il suo ministero pubblico. E quando quel ministero portò all’orrore del Calvario, la fede di Maria non vacillò ai piedi della croce. Ecco perché Maria è modello dei cristiani. Quindi la risposta è che la devozione mariana è necessaria nella vita cristiana. Ma qual è la vera devozione a Maria secondo i Padri del Concilio Vaticano II? Non pietà sentimentale, ma piuttosto, l’imitazione delle sue virtù, in particolare della sua fede (Lumen Gentium 67). Il Santuario mariano diocesano vuole essere la scuola dove Maria ci aiuta a fare l’esperienza dell’amore di Dio e aiutati dalla sua intercessione materna camminare sempre più uniti a suo figlio.

Ogni primo sabato del mese, alle 9.30 celebriamo la Messa in onore a Maria Madre della Divina Grazia, e affidiamo a Lei tutte le necessità della nostra diocesi e del mondo.

 

Il vescovo insiste sulla gioia e sulla festa. Due dimensioni della vita che la pandemia rischia di soffocare sempre di più. Come è possibile mantenere viva la gioia e far festa in un contesto come quello che stiamo vivendo?

Il Signore non nasconde la realtà della sofferenza. Dice infatti: «voi piangerete e gemerete». Non ci lascia però soltanto con questa parola. Va avanti e dice: «Ma se voi siete fedeli, la vostra tristezza si cambierà in gioia». Ecco il punto chiave: «La gioia cristiana è una gioia in speranza che arriva. Ma nel momento della prova noi non la vediamo». È infatti «una gioia che viene purificata per le prove, anche per le prove di tutti i giorni». Dice il Signore: «La vostra tristezza si cambierà in gioia». Un discorso difficile da far comprendere. Lo si vede, per esempio, quando tu vai da un ammalato, da un’ammalata che soffre tanto, per dire: «coraggio, coraggio, domani tu avrai gioia!» Si tratta di far sentire quella persona che soffre «come l’ha fatta sentire Gesù». È un atto di fede nel Signore e lo è anche per noi quando siamo proprio nel buio e non vediamo nulla. Un atto che ci fa dire: «Lo so, Signore, che questa tristezza si cambierà in gioia. Non so come, ma lo so!» «Abbracciare la sua croce – dice Papa Francesco – significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili di attenzione reciproca. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza» in questo tempo.

 

Monsignor Derio osserva che «le nuove generazioni vedono la fede come una cosa inutile». Come è possibile oggi proporre ai giovani un cammino di fede coinvolgente e convincente? 

giovani sono parte della Chiesa, dobbiamo evitare di indurre la sensazione che ne siano fuori. Essi sono già il presente della Chiesa, non solo il futuro: la Chiesa parlando dei giovani parla di sé. La comunità cristiana paga oggi una difficoltà nel trasmettere la fede da una generazione all’altra. Una grande responsabilità ce l’hanno gli adulti. Essi, sia in famiglia sia fuori, non sono stati testimoni credibili della bellezza del messaggio evangelico. Bisogna responsabilizzare i giovani con il “bene”. Gli adulti devono fare di più per «la responsabilità̀ dei giovani e il loro impegno nel bene, che non di rado risulta sorprendente – scrive Papa Francesco –. Questo è stato osservato in particolare nel campo della catechesi e del servizio ai poveri, dove spesso i giovani sanno essere ottimi evangelizzatori e catecheti per altri giovani, se ben formati a questo servizio». Avere un’attenzione alle «debolezze sperimentate dai giovani, da quelle relative a contesti di famiglie ferite o in difficoltà economiche, a quelle delle paure e delle insicurezze davanti al futuro, specie dove la crisi degli ultimi anni sembra precludere possibilità di impiego reale delle proprie capacità naturali e acquisite». La Chiesa deve comprendere e affrontare con delicatezza queste situazioni per avvicinare ad essa il giovane. Però in primis deve annunciare Gesù Cristo. «La grande domanda dei giovani è una vita felice. Come possono averla nelle storie di amore, nel lavoro, nel vivere con gli altri? Questa è la domanda che li accomuna tutti. Da parte nostra la risposta sovente è un teismo (modo di parlare di Dio senza riferimento alla rivelazione e a Cristo, pensiamo di parlare di Dio, ma per loro è una parola estranea, non ne sentono il bisogno. Eppure ricercano qualcosa che giustifichi la loro vita singolare, che gli dia una ragione di vivere. Credo che da parte nostra bisognerebbe tenere conto che non “Dio”, ma il Vangelo, Gesù Cristo, sono delle possibilità di annuncio, perché Gesù Cristo può intrigare con la sua vita buona, bella, in cerca di felicità e dunque anche beata. Da parte nostra non si tratta tanto di annunciare, quanto di vivere questa realtà. E mi chiedo: se non gli abbiamo trasmesso la fede, abbiamo almeno comunicato una bella vita umana? Ormai in certe zone dell’Europa neanche l’1 per cento dei giovani ha contatto con la Chiesa. Questo è il dato».